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lunedì, 14 gennaio 2008
Il ricordo dell'ultimo sorriso


Racconto con il quale aderisco all'iniziativa di Comix, Un sorriso lungo un anno, in favore della lotta contro il Neuroblastoma infantile: una bella iniziativa che può aiutare chi ha più bisogno.

“Gli uomini non sorridono. Ghignano” gli disse una volta suo papà quando era piccolo.  Orfano di madre, Alberto, era stato cresciuto da un padre duro e competitivo che non gli aveva mai concesso un gesto di dolcezza; mai una carezza, mai un bacio ne un semplice sorriso. Ricordava una volta, avrà avuto circa sette anni, suo padre lo aveva portato al lavoro con lui. Faceva il rappresentante per una casa farmaceutica e quel giorno avevano girato per diversi studi medici per pubblicizzare i suoi prodotti. Alberto ricordava che quel giorno, suo papà aveva sorriso molto a tutti i dottori che incontrava, così durante il tragitto di ritorno verso casa chiese:
“Perché sorridevi tanto con quelle persone e con me non lo fai mai?”
L’uomo si voltò a guardarlo e gli disse: “Alberto, io non ho sorriso a quei medici, ho mostrato loro i miei denti. Ho ghignato. I sorrisi sono per i deboli; sono come delle piccole crepe su un muro, dalle quali, chi si vuole approfittare di te, farà breccia per abbattere le tue sicurezze. Dunque, ricorda: gli uomini non sorridono. Ghignano.”
Così Alberto era cresciuto senza saper sorridere, ma facendosi strada ghignando, mettendo in mostra canini e incisivi, come uno squalo pronto ad addentare la sua preda. All’inizio era stato semplice; distribuire falsi sorrisi gli veniva naturale, del resto lui non ne aveva mai ricevuti di sinceri, e da quando era diventato un uomo di successo, la cosa gli risultava ancora più facile. Poi però le cose cominciarono lentamente a cambiare, si accorse che quel modo di fare, anche se gli aveva regalato un’importante carriera, lo aveva contemporaneamente fatto diventare un uomo solo, perché gli altri avevano paura di lui. Durante la sua vita aveva avuto pochissimi amici e ancora meno donne, che si erano rivelate per lo più fuochi fatui, fiamme fredde della durata di una notte.
Una volta, da una di queste relazioni era nato un bel bambino, così decise di sposarsi, ma ben presto iniziò a trascurare moglie e figlio, così pochi mesi dopo il matrimonio naufragò.
Fu poco dopo il divorzio che cominciò a sentire un buco nella sua vita. Nonostante fosse molto ricco, sentì che gli mancava qualcosa, ma non riusciva a capire cosa fosse.
Non riuscì a capirlo fino a quella sera, quando finalmente un incontro gli cambiò il resto della vita.
Stava tornado da una cena con i colleghi, in cui il piatto forte era stato il ghigno e l’auto sfrecciava ai centoventi chilometri all’ora dove il limite era di novanta. Alberto si sentiva la testa pesante e gli occhi che si chiudevano. ‘Devo aver bevuto troppo pensò ‘Vediamo se un po’ di buona musica riesce a tenermi sveglio…’ Abbassò un attimo gli occhi dalla strada per inserire il cd nell’autoradio e quando li rialzò vide, un bambino in piedi in mezzo alla strada. Sterzò di colpo per evitarlo, andando a  finire su un lungo sterrato che costeggiava la strada, schiacciò il piede sul freno e l’auto andò a fermarsi a pochi centimetri da un grosso albero. Per alcuni secondi rimase seduto al posto di guida, con gli occhi spalancati a sentire il martellare del suo cuore che copriva la musica che usciva dalle casse, poi si ricordò del bambino e uscì di scatto dall’auto.
Il ragazzino era ancora li, in mezzo alla carreggiata, e ora lo stava guardando sorridendo. Attorno a loro solo la campagna.
“Ma sei impazzito, piccolo stupido?” sbraitò Alberto andando incontro al bambino “Cosa ci fai in mezzo alla strada? Non ti sei accorto che ti stavo per investire?”
Il piccolo continuava a fissarlo sorridendo senza rispondere. Dimostrava non più dei dieci anni, indossava una t-shirt bianca con un immagine di Homer Simpson che mangiava una ciambella, su dei jeans scoloriti e ai piedi un paio di Converse blu. I lunghi capelli neri erano quasi totalmente nascosti da un berretto da sole.
“Mi stai prendendo in giro ragazzo? Guarda che non è serata!”
Esasperato dall’atteggiamento del bambino, Alberto alzò una mano per schiaffeggiarlo, ma  prima ancora di arrivare a  sfiorarlo si bloccò; improvvisamente era sicuro di conoscere quel viso, era certo di aver già visto quel ragazzino prima di quella sera.
“Chi sei?” gli chiese “Da dove salti fuori? Qui attorno non ci sono case…”
Anziché rispondergli il bambino lo prese per mano e, tutto d’un tratto, quello che prima gli sembrava un sorriso sarcastico, uno dei suoi sorrisi, ora si accorse essere invece sincero e pieno di dolcezza.
Poi il mondo intorno a lui cominciò a ruotare vorticosamente e svenne. Quando aprì gli occhi aveva di nuovo dieci anni, era seduto sul marciapiede davanti casa in una tiepida sera estiva e stava piangendo. Quella mattina aveva litigato con suo padre e da quel momento lui non gli aveva più parlato, anzi aveva cercato di ignorarlo tutto il giorno. In quel momento si sentiva distrutto, come non gli era mai capitato, in un momento in cui aveva bisogno di affetto, suo padre lo aveva tradito lasciandolo solo con il suo dolore.
“Che succede piccolo?” gli chiese una voce
Alzò lo sguardo e vide un ragazzo di circa venticinque anni, che indossava un completo grigio, in testa portava un cappello da cowboy e sulle spalle un grosso zaino da scalatore. Ma la cosa che lo colpì di più fu il suo sorriso colmo di calore, un sorriso che non aveva mai ricevuto.
“Perché sei vestito così?”
“E perché no?” gli rispose lui “perché invece tu stai piangendo?”
“…mio papà…” disse asciugandosi le  lacrime sulla t-shirt con l’immagine di Homer Simpson che mangiava un ciambella.
“Non importa, non rispondere” gli disse il giovane sorridente, sedendosi accanto a lui. Si tolse lo zaino dalle spalle e ne estrasse un lettore cd e dopo averlo acceso, infilò le cuffie alle orecchie del bambino.
“Le cose cambieranno” gli disse sempre sorridendo, poi gli accarezzò i capelli e si allontanò
“Il tuo lettore” gridò Alberto
“E’ tuo adesso” rispose il ragazzo
Alberto rimase a guardarlo mentre si allontanava, e mentre la musica gli entrava nel cuore, chiuse gli occhi.
Quando li riaprì era seduto a bordo della sua auto accesa sul ciglio di una strada deserta; la musica che usciva dall’autoradio era la stessa di quella sera di tanti anni prima e finalmente capì cos’era quella cosa che tanto gli mancava.

Oggi Alberto ha abbandonato il suo lavoro da migliaia di dollari al mese e fa il volontario come clown in ospedale pediatrico, è sposato e ha tre figli  ai quali non dimentica mai di sorridere, di sorridere con tutto il calore del quale è capace.


Scritto da: Crybboy alle ore 23:51 | link | commenti (1) | Categoria: racconti e poesie, giorno per giorno, in me

Commenti
#1   14 Gennaio 2008 - 23:58
 
Bravo, Marco, bel racconto anche se "troppo lungo" (cit.)
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Commenti